Il segreto di Giulia la romana…

Chissà cosa farà Giulia da Roma ripresa in questo primo piano?

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Spesso si rincorre un ideale di vita che ci consenta di trovare una nostra posizione nel mondo. Un buon lavoro, una bella macchina, una moglie premurosa, dei figli da crescere al riparo da qualsiasi problema. Spesso a scegliere la nostra vita non siamo noi, sono tutti gli altri. E noi rimaniamo un po’ contenti per aver centrato le aspettative altrui, un po’ ci troviamo a guardar fuori dalla finestra a immaginare altre storie, altre vite. Questa è una di quelle notti.

L’ho notata subito appena entrato. Era bellissima, affascinante, vestita in modo curato, ma non appariscente. La cosa che più mi ha colpito di lei era il velo di malinconia che impreziosiva il suo sguardo già segnato da diversi Margarita. Non era sola: era accompagnata da un uomo più grande di lei, potrei dire più vicino ai 60 che ai 50.

Ero andato in quel locale per sentire un gruppo che avevo già incontrato diverse volte, in giro per la città. Jazz classico, perfettamente bilanciato tra bebop e pezzi venati di tristezza, di quelli che danno un senso ai battiti del tuo cuore, che ti fanno sentire vivo. Al piano un uomo il più lontano possibile dall’eleganza di Duke Ellington: abbastanza sfatto, ubriaco e malvestito. Ma con un talento smisurato. Deve averne passate anche lui: si vede e si sente.

Al sax un ragazzo timido e abbastanza schivo. Uno che vedresti probabilmente più in una biblioteca che in un vecchio locale nei sobborghi della città. Una band esperta ed equilibrata, perfetta per garantire il tappeto musicale ideale per il mio whisky.

La ragazza muoveva stancamente la testa a ritmo di musica, percorrendo il bordo del bicchiere con l’indice, quasi a riprodurre il suono delle spazzole sul rullante. Aveva un’aria sognante e disincantata allo stesso tempo. Potevo vederlo bene il suo viso, perchè era seduta alla mia sinistra, rivolta verso di me, che me ne stavo seduto al bancone con le gambe accavallate. Non sembrava molto interessata ai discorsi del suo accompagnatore, a un certo punto mi è parso di vedere che sbuffasse. Non dev’essere facile – pensavo tra me e me – trovarsi a uscire con una persona così. Benestante sicuramente, un po’ forse anche bacchettone, ma sicuramente troppo semplice, troppo banale per quegli occhi. Ordino un altro whisky.

La band ha appena concluso un pezzo piuttosto movimentato di Cannonball Adderley. Non mi ricordo il nome, potrebbe essere qualcosa come “love again”, “love for me”. Dettagli. Mick, il pianista, ha adesso accennato un paio di note quasi dissonanti. Un’altra categoria, un altro campionato. Rapito già dai primi secondi attendo l’ingresso del sax con impazienza. Il Duca e Coltrane che si incontrano per uno dei brani più belli e intensi della storia della musica. Mi giro verso la ragazza. Il compagno smanetta col cellulare, lei lo guarda un po’ schifata, un po’ indignata. Brava, quel coglione non ti merita. Alza lo sguardo.

Come quando si vorrebbe fare una cosa ma non la si può fare. Come quando si vorrebbe bere una cosa ancora, ma domani si lavora. Come quando vorresti fare l’amore con una donna che non è la tua. Quel sentimento di possesso e attrazione che non sono spiegabili, quel formicolio alle gambe e al petto che ti costringono a fare qualcosa contro la tua volontà – ma poi la volontà vince. Il mio sguardo incrociava il suo per la prima volta e io non capivo più niente. Il suo dito continuava a percorrere il bordo del bicchiere, ma gli occhi si erano fatti vispi, la bocca accennava un sorriso. Il vecchio ubriacone stava lì a giocare col cellulare e io mi trovavo a flirtare, senza sapere come nè perchè, con quella che poteva essere sua moglie, sua figlia, un’amica.

Però sono sposato. Ho la bella macchina, l’assicurazione sulla casa e tutto quanto. Sono una persona per bene, che non va in giro di notte a cercar donne. Mi piace la musica e questo è quanto, e mi piace il whisky. Si alza.

“Un altro Margarita per favore”. Tequila, è una bella botta la tequila. Da ragazzino la bevevo nelle serate in discoteca con gli amici. Erano pochi quelli che riuscivano a rimanere in piedi per ballare. “Me lo faccia forte”. Sono sposato. Sono per bene. Ma il mio cuore va a mille. Le sfioro la schiena con un gesto quasi involontario, lei si gira e – senza neanche guardarmi – mi parla. “Ce ne hai messo di tempo”. Sorrido. Musica e whisky sono fedeli compagni per la notte, ma quando si incontrano sono guai. Le sfioro la gamba con la mano, con un gesto impercettibile, per non farmi vedere dal compagno al tavolo. Lei mi blocca la mano e fa una smorfia. “Un altro whisky, grazie”.

La band è al secondo brano di Miles Davis di fila. Il trombettista deve avere una bella personalità per affrontare seriamente capolavori così. E’ bravo, bravino, ma credo che sia giunto il momento di una sigaretta. Le mie dita cercano il pacchetto ma trovano un foglietto. L’indirizzo del bar?

“Sto aspettando”.

La guardo, lei mi sorride. Cosa sta aspettando? Cosa dovrei fare? Ci penso mentre vado in bagno, qualcosa dovrò pur fare. Mi avvio lentamente verso la porta della toilette. Allo specchio del cesso vedo un uomo un po’ sbattuto forse, con qualche capello bianco, ma ancora capace di colpire una donna. E’ stato bello sentirsi desiderati – ai tempi ci sapevo fare -, ma una volta finito qui uscirò dal locale e tornerò a casa. La porta si apre dietro di me, la ragazza.

“Non riuscivo più a tenermi, stavo per ordinare un altro Margarita, ma poi sarebbe stato forse troppo tardi”. Le mie mani modellano i suoi fianchi stretti. Salgo fino a sfiorare le scapole per poi rientrare e coi pollici premere sui capezzoli, ancora imbrigliati da un vestito arricchito da trasparenze in pizzo. Scendo verso l’ombelico passando dall’addome, dolce e tonico allo stesso tempo. Di lì le allargo ancora, scoprendo un culo meravigliosamente rotondo e morbido. “Non ti resisto”.

Lei mi prende e mi sbatte contro il muro di fronte al water. Si siede. Mi slaccia la cintura e piano piano solletica con la lingua il retro del mio cazzo, istantaneamente duro già da un paio di minuti. Inizia poi a sfiorare con le labbra il mio glande e a stuzzicarne il buco. Lo prende tutto fino a sfiorarmi il pube col naso. E’ il paradiso. La blocco. Voglio entrare dentro di lei, per forza. Il tempo stringe, abbiamo pochissimi minuti. La alzo, le cedo il mio posto spalle al muro, le sollevo l’abito e, scostando appena le mutandine, le blocco la gamba sinistra dentro il mio braccio destro. Entro. La sua vagina è calda, estremamente bagnata e accogliente. Cresco di ritmo col crescere dei suoi sospiri. La testa mi scoppia, lei mi lecca le labbra e mi ansima nelle orecchie, in modo dolce, senza dire niente. Vengo fuori, Vengo tanto, per secondi che mi sembrano ore, con il braccio appoggiato al muro e la testa su un altro pianeta.

– Amore hai finito?
– Sì amore, adesso usciamo.

Ci sono nottate in cui credi di essere un eroe. In cui senti il peso del mondo gravare sulle tue spalle. E poi ci sono nottate come queste. In cui non ci hai capito un cazzo, ma è stato bello così. Torno nel personaggio. Sposato, chiavi della macchina le ho, cellulare nessuna chiamata. Verso casa.

 

 


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1 Comment on "Il segreto di Giulia la romana…"

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lollo
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c’è poco da dire… e tanto da poter fare !!!

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